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Saab diventa cinese

La Saab diventa a tutti gli effetti di proprietà cinese di Umberto Mangiardi Categoria : News, News Home Items, Saab

Saab diventa cinese

Niente più pupille azzurre e capelli biondo platino; semmai, occhi da orientale. La Saab diventa a tutti gli effetti di proprietà cinese, per la cifra di 100 milioni di euro: tutti i rami della storica azienda scandinava (Saab Automobile e Saab Great Britain) passano sotto il controllo di Pang Da e Youngman.

Si chiudono così i tentativi di Spyker, a metà tra l’agonizzante e il disperato, per trovare una soluzione allo stato disastroso dei bilanci di Saab. L’azienda viene venduta agli unici che in questo momento, su scala mondiale, dispongono di ingenti capitali da investire sul mercato, vale a dire i cinesi.

Le trattative di Spyker Cars per liberarsi del fardello hanno origine quasi subito, nel momento in cui i dirigenti del raffinato marchio di supercar olandesi si rendono conto che una struttura imprenditoriale concepita per produrre poche centinaia di esemplari all’anno non può sostenere lo sforzo organizzativo e di gestione di un marchio chiamato a produrre sulla scala delle decine di migliaia di pezzi. Il tutto, tra l’altro, senza un modello competitivo: il Saab 9-5, che sfrutta la tecnologia General Motors, è sostanzialmente una Opel Insignia vestita a festa, con un prezzo fuori mercato. Spyker ha contattato tutto il contattabile: ad aprile gli olandesi parlavano con Hawtai Motors (marchio pechinese da 350.000 modelli all’anno); a maggio ci han provato con Great Wall Motors, ma anche qui niente da fare.

A giugno si fanno avanti due partner cinesi, in società tra loro: si tratta di Youngman e di Pang Da. Se della prima si sa che è un’industria di una provincia sul Mar Giallo, fondata nel 2001, con circa 4.000 operai (non molti) impiegati nella costruzione di camion, automobili e autobus, della seconda si sa ancora meno. Ma gli eredi di Mao sono arrivati in Europa con la promessa di investire 245 milioni di euro, e tanto è bastato.

L’accordo si è chiuso sui 100 milioni, ma non tiene conto degli investimenti che saranno richiesti per soddisfare le scadenze pressanti che provengono dai numerosi creditori.

 

Questa la nuda cronaca; le riflessioni che si impongono, però, portano più lontano.

È il secondo marchio europeo, dopo Volvo, a passare in mano ad imprenditori cinesi (e guarda caso, è il secondo marchio svedese: questo, per chi dice che dai popoli del nord uno ha solo da imparare sul piano di gestione politica ed economica, è un duro colpo). A nulla sono serviti gli ingenti aiuti del governo di Re Carlo Gustavo, né è servito il blasone di un marchio comunque noto al grande mercato continentale, sia sul versante delle berline che su quello delle motrici per il trasporto pesante.

In questo momento, in cui la crisi non è più solo finanziaria ma è soprattutto economica, resistono solo gruppi particolarmente solidi: chi non resiste, viene comperato da chi ha enormi capitali liquidi da impiegare. E di capitalisti con queste caratteristiche, oggi, ci sono solo cinesi.

I grandi capitali non servono, per ora, a sbarcare nel mercato europeo: i dirigenti cinesi non sono stupidi, e sanno perfettamente che la qualità dei loro prodotti è insufficiente per il mercato del Vecchio Continente, per non parlare dei loro bassissimi standard di sicurezza. Sanno anche che non basta abbattere i costi, e quindi i prezzi, per essere concorrenziali: in altre parole, hanno capito che importare auto scadenti da 3.000 euro avrebbe un effetto boomerang, esplosione nel breve periodo ma perdita di credibilità sul medio, e fallimento nel lungo.

I cinesi hanno capito che devono aumentare il range del loro prodotto: non a caso hanno comperato il massimo esperto di sicurezza automobilistica al mondo (Vovo), con tanto di centri ricerca all’avanguardia e professionalità già competenti, formate e sviluppate; non a caso, l’altro giorno hanno comperato Saab.

I 100 milioni di euro sono quattro soldi se raffrontati al reale valore in know how acquistato: la storia di Saab (che fu di proprietà di General Motors) si porta appresso i telai GM, i progetti dei motori Fiat Multijet rivisti da GM all’epoca della partnership (inizio anni 2000), sistemi di trazione integrale sempre della General Motor. Una tecnologia niente male.

I cinesi, in poche parole, hanno capito quello che in Europa ci rifiutiamo di capire: punteranno sulla qualità. Il nostro mondo ha vent’anni di vita: per oggi, gli orientali si limitano a comprarci le tecnologie. Sbarcheranno qui tra un paio di decenni, forse meno, grazie ai loro grandi capitali. A quel punto saranno con capitali (almeno) uguali, sul nostro mercato e con una tecnologia che a quel punto sarà al nostro stesso livello. Oggi i cinesi sono gli unici capaci a coniugare il verbo “investire”: con 100 milioni si sono portati a casa un lavoro di sviluppo di tecnologia e professionalità che sarebbe costato cinque volte tanto.

Quello che oggi vediamo come note di colore (“Ah, simpatici i cinesi, vengono e comprano le nostre aziende messe peggio”), o anche come un’ancora di salvezza (i posti di lavoro nel medio periodo sono salvi e garantiti), ad un’occhiata più attenta suonano diverse. Sembrano tanto un De Profundis.

Commenti (1)

  • christian

    christian

    02 Novembre 2011 at 15:51 | #
    sono d'accordo su tutto.. regalare ai cinesi la saab è una follia, come se avessero bisogno di regali
    Rispondi

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