Se la Fiat non è più mamma
di Umberto Mangiardi
O tutto o niente. Se si voleva una territorializzazione di un’azienda, l’intervento statale continuo, la pianificazione delle strategia imprenditoriale e dei contratti di lavoro in accordo con le istituzioni, la si chiamava economia socialista e se ne prendevano i pro e i contro. Incluso il rischio (solo rischio?) di derive totalitarie; incluso il rischio (solo un rischio? La statistica di tutti i paesi dell’est Europa è abbastanza indicativa) di un fallimento della politica interna ancor prima di quella economica, con conseguente rivoluzione, catastrofe sociale, camionata di morti – perché di questo si tratta.
Turandosi il naso & votando DC (soprattutto: mantenendo l’assetto che la nostra straordinaria Costituzione si premurò di dare), si è consolidato nel nostro paese il sistema del liberismo economico. Ora ce lo si tiene, con tutto ciò che ne con segue. Ad esempio, l’assunto che in economia, e in politica più in generale, non esistono i concetti di “giusto e sbagliato”, ma solo le categorie di “opportuno e inopportuno”. E questa è una considerazione che il pueblo italico si è sovente rifiutato di fare.
Rientra nel più normale, logico ed ordinario evolversi delle cose la decisione presa nella stanza dei bottoni della Fiat. Qui non vi sono più i presupposti, dunque andiamo lì – dove ci offrono condizioni migliori”.
Tutti coloro che esecrano questa decisione, forse trascurano tutto quello che ha provocato, a monte e a valle, la (dissennata) politica di mantenere la Fiat italiana a tutti i costi.
Primo: un utilizzo smodato del debito pubblico, emesso in proporzioni ciclopiche (e difficilmente rimborsabili, per non dire “mai più” rimborsabili) per coprire la cassa integrazione inevitabile.
Secondo: una crisi industriale che nel 1990 pareva irreversibile – e da cui non si sa ancora come la premiata ditta Giovanni Agnelli – Sergio Marchionne sia riuscita a cavarvisi fuori.
Terzo: una crescente inadeguatezza del sindacato, troppo spesso chiamato a fare un lavoro diverso dal suo. Il sindacato è stato, nelle sue fasi dall’autunno caldo ad oggi, chiamato a fare politica massimalista, difendere i fannulloni, invischiarsi in beghe poltronistiche tutte italiane, dimenticando la sua reale (e unica) missione: essere la voce compatta dei lavoratori (ossia: chi lavora ed ha voglia di lavorare).
Con la crisi economica lacerante in atto in questi mesi, non si poteva sperare ed aspirare che lo Stato seguitasse nel suo ruolo di balia. È difficile concedere quanto serve alla Fiat per la sopravvivenza in termini competitivi commerciali: l’investimento di 1 miliardo di euro sarà affrontato solo in parte minore dalla casa torinese. Saranno chiamati a mettere 250 milioni di euro il governo serbo e 400 milioni la Bei: una torta troppo ghiotta da ignorare, un’offerta troppo pesante da contrastare da parte dell’assetto politico italiano.
Quindi, in una visione post-machiavellica delle decisioni, essendo per tutti utile diventa automaticamente giusto, in un sano e spietato darwinismo economico che la nostra società si è consapevolmente data – parafrasando Churchill, il capitalismo è il peggiore dei sistemi economici, ma è il migliore che abbiamo trovato.
Ovvio che la pelle della povera gente abbia qualcosa da obiettare: impiegati, operai che da oggi a tre mesi si troveranno senza certezze, con lo spettro della cassa integrazione dannatamente tangibile. E costoro?
Il punto è che non si può imputare questa responsabilità (in tutto e per tutto solo morale) ad un’azienda: il concetto di azienda-mamma non esiste, e se esiste deve essere prepotentemente abbattuto. La Fiat (e come lei la Sony, l’Aeg, la Moulinex e qualsiasi altra impresa esistente sul pianeta) non può, né deve, occuparsi del futuro dei propri lavoratori. Questo è un compito che spetterebbe, e nei paesi un po’ più seri spetta, al governo. Il quale ha a breve-medio termine tutti gli strumenti coercitivi per imporre ad un’azienda di gravarsi dei costi di ri-utilizzo della forza lavoro (e non, come è successo in Italia, per pagare la Fiat estraendola dal mercato; oppure pagare, lo Stato stesso, il costo del riciclo della forza lavoro). Barattare uno dei famosi “aiuti minori” (esempio immediato: la campagna rottamazione) con l’obbligo per l’azienda di ridurre i ranghi senza gettare un solo lavoratore in mezzo a una strada – ad esempio ri-impiegandoli in imprese parallele, oppure nella macchina statale con i corsi di aggiornamento pagati dall’azienda privata.
Eppure questi discorsi di banale politica sembrano provenire da Saturno. Ed oggi, 2010, ci troviamo ancora invischiati in dialettiche di prima repubblica, a parlar di doveri sociali di un’impresa e di giustizia e riconoscenza politiche-economiche. Mentre il resto del mondo se ne frega e, ovviamente, ci sorpassa.