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Lapo Elkann: “A 13 anni ho subito abusi sessuali”

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In un’intervista fiume rilasciata a Il Fatto Quotidiano, Lapo Elkann si confessa e tocca tutti i temi della sua vita. Dai traumi adolescenziali avvenuti in collegio alla sua grande passione, le auto.

Sicuramente le rivelazioni sugli abusi subiti dal nipote dell’Avvocato Agnelli sono sconvolgenti e dolorose, noi in questa sede ci occupiamo di auto e per chi volesse leggere l’interivsta completa la può leggere sul sito de “Il Fatto Quotidiano“.

Nell’intervista rilasciata ai colleghi Beatrice Borromeo e Malcom Pagani, Lapo ha anche risposto ad alcune domande su Fiat. Ecco uno stralcio dell’intervista:

Della Valle se la prende con la Fiat che delocalizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
Prima di lui la Fiat era un’azienda europea, oggi è mondiale. Marchionne non aveva molte opzioni. L’alternativa era tra vivere e morire. Penso abbia scelto bene. E vedo la delocalizzazione come una forma di internazionalizzazione . Ma parlo da azionista, in Fiat non lavoro più dal 2005, quando mi dimisi.

Prima di quello scandalo legato alle tue dipendenze si parlava di te come futuro presidente della Ferrari. È un sogno che coltivi ancora?
A Maranello vado circa cinque giorni al mese, ho un contratto di consulenza. Le macchine sono il mio primo amore, una vera passione. Ma il lavoro che faccio ora con “Italia Independent” non è un gioco. Ci sono famiglie che dipendono da me, prospettive, orizzonti che, al momento, nel mondo dell’auto non ci sono.

La prima esperienza nelle aziende di famiglia è stata però alla Piaggio di Pontedera, sotto falso nome.
Io ero il terzo in linea di montaggio, linea 2 amortizzatore-cavalletto in un contesto molto comunista e iper incazzoso. C’era un operaio che si vestiva come mio nonno. Si metteva l’orologio sulla camicia. Era il figo della linea di montaggio, io non volevo farmi scoprire, ero discreto e mi vestivo con le canotte da Renegade, quelle con l’aquila. Questo mi prendeva da parte e diceva ad alta voce: “Oh, sei vestito come uno sfigato! Un po’ di stile”. Stetti due mesi, dormivo in una pensioncina al centro di Pontedera, ma non ci prendiamo per il culo. La gavetta è un’altra cosa e due mesi non sono niente. Quello in fabbrica è un lavoro durissimo, dalla monotonia straziante, per cui provo profondo rispetto.

Ti hanno scoperto?
Ebbi un gran culo. Il giorno in cui ho smesso alla Piaggio sono andato a vedere la Juve allo stadio. Mi videro in tv, ma lo stage era già finito. Peccato, perché a Pontedera ero pazzo di un’operaia, che era veramente bella. Ma mi frenai e mi dissi: “Non ti permettere neanche di pensarlo, sarebbe una cosa da stronzo”.

È vero che, a Capri, rubasti un Taxi al grido di “la Fiat è mia”?
Ma vi pare che avrei mai detto “La Fiat è mia”? Il “Lei non sa chi sono io” non mi appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti. A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli, c’era stato il compleanno di un amico. Scherzai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri. La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la storia per fare pubblicità all’isola, ma non successe niente. Veramente niente.

Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
Arrivai in Fiat in un momento drammatico. L’azienda aveva perso il proprio padre e inventare comunicazione senza soldi e ringiovanire un marchio senza prodotto partendo dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricreare empatia attorno a un marchio che vende auto ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa inaugurammo l’Open Space. Una questione di trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai lavoratori.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Neopatentato

Federico Ferrero

Direttore Autoappassionati.it

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