sabato, 21 aprile 2018 - 17:08
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Peugeot Oxia

La concept car marziana: i trent’anni di Peugeot Oxia

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Trent’anni fa si respirava ancora un’aria decisamente frizzante nel mondo dell’auto: era l’epoca delle esagerazioni e delle concept car. Peugeot, dopo aver presentato a distanza di due anni la Quasar (1984) e la Proxima (1986), si ispirò al mondo “alieno” per tirare fuori dal cappello una concept car alquanto inedita, la Peugeot Oxia.

Aliena perché ispirata al pianeta rosso

Oxia, o meglio Oxia Palus, è un nome noto agli astronomi: si tratta infatti della regione del pianeta rosso usata dagli studiosi per stabilire il tempo marziano. Nome a parte, la sua forma da astronave è sotto gli occhi di chi la osserva, capace di unire linee avveniristiche ai classici stilemi Peugeot del periodo, con la calandra allungata, i fari sottili e il logo del Leone in bella vista.

Gli esperti di Endurance vedranno in lei una vaga somiglianza con la Peugeot 905, protagonista a Le Mans nel 1992 e 1993, edizioni entrambe vinte dalla Casa francese. In realtà la Oxia è qualcosa di più estremo: il suo corpo, in fibra di carbonio e Kevlar con telaio in alluminio, ospitava un motore V6 biturbo da 680 CV e disponeva di quattro ruote sterzanti, oltre alla trazione integrale. Qualcosa di inedito per l’epoca e adatto a far parlare di sé.

Come se non bastasse al posteriore figurava un generosissimo spoiler posteriore regolabile che contribuiva a mantenere la Oxia schiacciata a terra alle alte velocità. Il suo peso, 1.360 chilogrammi, le permetteva infatti con la spinta generosa del motore di siglare tempi record durante i test sull’anello di Nardò (350 km/h la velocità massima raggiunta), anche se l’esperimento non confluì poi in nulla di concreto.

A distanza di tre decadi da quello che oggi consideriamo la normalità per molte autovetture, la Peugeot Oxia anticipò i tempi proponendo un sistema di comunicazione, più che di infotainment, basato su un pc portatile sul quale confluivano i dati di radio e telefono, l’epoca dei cellulari portatili era infatti alle prime luci dell’alba. Un altro computer, studiato appositamente, controllava invece l’impianto di climatizzazione e forniva i dati per il supporto della navigazione GPS.

Nelle foto avrete notato i pannelli solari davanti al parabrezza; se sulla Proxima erano stati posizionati sul tetto nella Oxia la particolare conformazione, specie in quella posizione, permetteva di raccogliere i raggi solari e alimentare il condizionatore, anche a motore spento. Qualcosa che oggi non si vede più su nessuna auto ma che potrebbe ancora essere una soluzione geniale con la tecnologia moderna.

Autore: Tommaso Corona

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